
Katsura Rikyū (桂離宮) non è uno dei tanti, è un privilegio!
Bisogna chiedere il permesso tre mesi prima, in un giorno preciso, compilando un modulo che sembra già di per sé una selezione. Poi si aspetta. Se il nostro nome esce — perché a Katsura non si prenota, si partecipa a una lotteria — avremo un’ora, solo un’ora.
In un gruppo di venti persone, con una guida che parla a bassa voce1 e un percorso che non si può deviare.
Non è una limitazione arbitraria: è il modo in cui l’Agenzia della Casa Imperiale protegge un’opera d’arte che si consuma. Katsura è infatti una villa imperiale, non un parco pubblico. E come tutte le cose che non si possono avere facilmente, vale molto più della fatica fatta per ottenerla.
Prima di proseguire, ricordiamoci che questo capitolo è diverso dagli altri: se saremo fortunati andremo a vedere un giardino diverso da tutti gli altri. Per essere più precisi, il giardino che i giapponesi stessi considerano il vertice del loro gusto2.
E ci è stato concesso3.
Onarimon (御成門)
Il sole filtra tra i pini secolari quando varchiamo l’Onarimon, il cancello d’ingresso, e i nostri passi smettono di scricchiolare quando posiamo il piede sull’arare-koboshi, il sentiero di piccole pietre scure del fiume Katsura. È come se sul terreno fosse stata sparsa della grandine, ma la superficie è livellata con grande precisione e il cammino risulta molto agevole. Le pietre sembrano disposte a caso e non lo sono: il viottolo è studiato per guidarci senza che ce ne accorgiamo.
Appena entrati, lo sguardo corre a destra. Il lungo passaggio è ostruito da un magnifico pino bianco, il Sumiyoshi no Matsu4, collocato lì di proposito come schermo visivo5 e che reincontreremo al termine del tragitto superato l’ultimo dei cancelli il Chūmon e ci avvieremo all’uscita della villa.
È la prima lezione di Katsura, e arriva prima ancora che il giardino si mostri: niente fretta, un poco alla volta!
Il sentiero ci porta a svoltare a sinistra e ad attraversare il primo dobashi6, un ponticello coperto da un manto di terra e muschio che lo fonde visivamente con la natura circostante7.
Da qui comincia il vero percorso di scoperta.
Enchi (苑池)
Davanti a noi il laghetto riflette il cielo8. Le rive sono frastagliate, con insenature, promontori e isolette collegate da ponti di forme diverse9. Due isolette emergono dall’acqua, una a forma di tartaruga e l’altra di gru, ma ne parleremo un’altra volta.
Oggi ci interessa capire solo che questo non è un giardino da guardare da fermi. È un giardino da attraversare, percorrere.
Questo tipo di giardino — uno stagno al centro, un percorso che lo circonda, una sequenza di vedute che si svelano una dopo l’altra — si chiama chisen kaiyū-shiki teien10, «giardino con stagno da passeggio», ed è il più diffuso in Giappone. Ma la definizione non dice nulla di ciò che si prova ogni volta che lo si visita11: la sensazione di girare l’angolo e trovare qualcosa che non c’era. Il giardino non si mostra tutto insieme. Si mostra un pezzo alla volta, e proprio per questo lo ricordiamo.
E cambia a ogni stagione e sotto ogni cielo.
Il Monte Arashi (嵐山) entra nel giardino
Il sentiero ci porta allo Shōka-tei, un padiglione così piccolo da sembrare un giocattolo. Ci fermiamo lì davanti. E qui succede una cosa che, la prima volta, sembra un trucco.
Davanti a noi, oltre gli alberi e oltre il muro di cinta, c’è il Monte Arashi. Distante chilometri, eppure è lì, incorniciato dagli alberi potati e dalle colline artificiali del giardino, come se facesse parte di Katsura da sempre.
Ci voltiamo verso la guida, che sorride appena. Non è un caso: è lo shakkei, il «paesaggio preso in prestito». Il giardino non possiede la montagna, ma la incorpora nel proprio sguardo. Il confine tra dentro e fuori si dissolve, e per un momento non sappiamo più dove finisca il giardino e dove cominci il mondo.
È qui che capiamo perché il principe Toshihito12, che volle Katsura nel XVII secolo, non si accontentò di un bel giardino.
Voleva un mondo.
E per costruirlo non bastava ciò che piantava: gli serviva anche ciò che si vedeva oltre.
I ponti (お橋)
Il percorso ci conduce ad attraversare due ponti, purtroppo non ho prestato attenzione alla struttura del primo e non ho trovato riferimenti certi che lo descrivono13, ma è impossibile dimenticare il secondo, una lunga stretta lastra in pietra.
Non lo si può attraversare distrattamente: bisogna guardare dove si mettono i piedi.
E proprio mentre guardiamo in basso, il ponte ci costringe a rallentare. Poi alziamo gli occhi e il giardino è cambiato. Non è lo stesso lago di prima, non è lo stesso sentiero. Questa lastra di roccia non serve a superare l’acqua: serve ad arrivare dall’altra parte in un altro stato d’animo.
È un atto di meditazione in movimento, e viene da lontano: dall’Ise Monogatari14, dove un poeta in viaggio, davanti agli iris fioriti lungo un ponte a zigzag, pensa con nostalgia alla donna lasciata nella capitale. Katsura lo riproduce per trasformare una passeggiata in un’esperienza poetica. E noi, senza saperlo, stiamo facendo la stessa cosa.
Nascondere per rivelare
C’è un principio che governa tutto il percorso, e che forse è la cosa più importante da portare a casa. Si chiama miegakure, «nascondere per rivelare».
Il sentiero non ci mostra mai tutto. Si stringe, gira, scompare tra gli aceri. Per un attimo il resto del giardino non c’è più. Poi una curva, e appare qualcosa che non avevamo visto o notato.
È lo stesso principio di cui abbiamo parlato all’inizio di questo viaggio: è nel margine del non detto che l’opera continua a parlarci, e il giardino non ci dice tutto subito. Ci fa aspettare, ci fa girare, ci fa perdere. E solo allora ci mostra.
Non è un giardino che si offre: è un giardino che si conquista, un passo alla volta.
Uscita
Il percorso finisce prima che ce ne accorgiamo. Un’ora, in un gruppo di venti, con una guida che parla a bassa voce. Non abbiamo visto il Geppa-rō con la luna, né il Mizuochi-no-niwa con la sua roccia solitaria, e non abbiamo approfondito la visita al promontorio di Ama-no-hashidate. Katsura non si esaurisce in una visita.
Ne fu conquistato anche Bruno Taut, l’architetto tedesco che nel 1933 lo paragonò al Partenone. Io direi così:
Katsura non è un giardino da vedere, è un giardino da rivedere.
La prima volta lo attraversi. La seconda lo vedi. La terza cominci a capire.
Quando usciamo dal cancello ci voltiamo. Non per guardare un’ultima volta, perché non c’è più nulla da vedere, ma per placare qualcosa che, in un’ora sola, è già dentro di noi.
Malinconia!
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vedremo al momento della prenotazione se potremo usufruire della guida in inglese ⤴
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se farete una ricerca, anche veloce, su internet troverete che il giardino in stile giapponese considerato il più bello in assoluto è quello dell’Adachi Museum of Art, a Yasugi, nella prefettura di Shimane, ma questo riconoscimento viene assegnato dalla rivista specializzata statunitense Sukiya Living Magazine: The Journal of Japanese Gardening.
I giapponesi, in generale, la pensano diversamente! ⤴ -
ho usato di proposito il termine concesso perché è la parola il cui significato più si avvicina al termine giapponese. ⤴
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al sentire il termine Sumiyoshi qualunque giapponese ripercorre mentalmente la storia e il mito del proprio paese attraverso l’arte:
il Genji Monogatari, romanzo dell’inizio dell’XI secolo
il Sumiyoshi Monogatari, racconto del X secolo
il dramma Nō Takasago. ⤴ -
il Sumiyoshi no Matsu svolge la funzione di tsuitate: serve a nascondere il laghetto e il resto del giardino a chi entra, impedendo uno sguardo d’insieme immediato ⤴
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nell’intero giardino sono presenti cinque ponti chiamati dobashi.
La caratteristica principale della loro struttura, realizzata con travi, fondamenta e pilastri in legno, è che la superficie calpestabile è interamente ricoperta di terra. ⤴ -
l’obiettivo era annullare la presenza del ponte, ovvero ridurre al minimo l’impatto visivo di una struttura artificiale nel paesaggio. ⤴
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stranamente non ha un nome proprio: 苑=en=giardino, 池=chi=lago, ovvero il lago del giardino, ma anche il lago centrale ⤴
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le isole sono cinque, i ponti undici, e fra i promontori c’è quello di Ama-no-hashidate.
Questi ultimi sono l’esempio perfetto di mitate, la tecnica tipica dei giardini giapponesi che consiste nel citare, astrarre e miniaturizzare paesaggi reali o letterari famosi, per permettere agli ospiti di viaggiare con la mente in tutto il paese senza mai muoversi ⤴ -
… il nome da ricordare è un po’ lungo, lo ammetto, perciò non vi interrogherò in materia! 🤣 ⤴
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mi è capitato di conoscere persone che vengono a visitare il giardino ogni volta che vengono a Kyoto per lavoro o affari, perché Katsura non è un giardino che si visita una volta, è un giardino a cui si torna. ⤴
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forse scriverò qualche cosa su questo personaggio incredibile, fratello minore di un imperatore (Go-Yōzei), adottato nientemeno che da Toyotomi Hideyoshi, l’unificatore del Giappone feudale, e ripudiato per motivi dinastici. Gli fu conferito il titolo di fondatore della nuova linea principesca, la Hachijō-no-miya. Mente geniale, decise di dedicare l’intera sua esistenza alle arti, alla letteratura e all’estetica. ⤴
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che sia questo?
⤴ -
raccolta di episodi in prosa e versi risalente al periodo Heian.
In un racconto il protagonista, identificato con il poeta Ariwara no Narihira, si ferma a Yatsuhashi, nella provincia di Mikawa, dove un corso d’acqua si divide in otto rami attraversati da ponti di legno.
Davanti agli iris (kakitsubata) compone una poesia (waka) le cui sillabe iniziali formano proprio la parola ka-ki-tsu-ba-ta.
Lo yatsuhashi è uno dei motivi geometrici e letterari più celebri della tradizione nipponica, immortalato nell’arte e nei giardini. ⤴