
Capitolo 2
I quattro elementi simbolici nei giardini.
Acqua
Prima ancora che elemento decorativo, l’acqua può essere ciò che separa. Nel pensiero giapponese è fonte di vita e insieme strumento di purificazione: delimita lo spazio sacro e lo tiene distinto dalle impurità del mondo profano.
È per questo che nei giardini del paradiso della Terra Pura (Jōdo-teien), in epoca Heian, diventa il centro attorno a cui tutto si dispone — lo stagno non è uno specchio d’acqua tra gli altri, è la rappresentazione stessa del paradiso buddista.
Nei giardini del tè, invece, l’acqua si riduce al gesto minimo: una manciata spruzzata sulle pietre prima di entrare (mizuuchi), un catino per le abluzioni (chōzubachi). Più che mostrarsi, l’acqua qui serve a preparare.
Ma l’acqua è anche gioco, e nei giardini di corte diventa il palcoscenico di una delle pratiche più raffinate della cultura giapponese: il banchetto delle acque sinuose (kyokusui no en)1, in cui le coppe scivolano lungo un ruscello e i poeti compongono versi seguendone il corso, come già si faceva nei giardini dei periodi Asuka e Nara.
E nei giardini con stagno navigabile (chisen-shūyū), l’acqua torna a essere spazio da attraversare, non solo da guardare: si sale su piccole imbarcazioni e il paesaggio si svela lentamente, riva dopo riva.
Pietre
In Giappone, fin dall’antichità, alcune pietre erano considerate luoghi nei quali gli dèi potevano manifestarsi o discendere — pietre di montagna, ma anche di mare. Quelle in cui la divinità si manifestava si chiamano iwakura; quelle disposte a circondare un luogo sacro abitato dal kami, iwasaka.
Prima di essere materia da comporre, la pietra è dunque un luogo di presenza: non la si sceglie per la forma, la si riconosce per ciò che può ospitare.
Durante il periodo Asuka, dalla Cina giunse la concezione dell’immortalità degli eremiti (shinsen hōrai shisō), secondo cui si creavano isole divine nei laghetti artificiali come preghiera per l’eterna giovinezza e la lunga vita. Quella visione fu assorbita profondamente nella cultura del giardino, e da allora ricorrono le isole di Hōrai, le isole della gru (tsuru-jima) e le isole della tartaruga (kame-jima): non semplici composizioni rocciose, ma immagini di un altrove desiderato, di un tempo che non finisce.
Vegetazione
Le piante, nel giardino giapponese, non sono ornamenti: sono segni del tempo.
Raccontano la transitorietà delle stagioni e la caducità della vita, e insieme la esaltano. La fioritura dei ciliegi è il momento in cui l’estetica raggiunge il suo culmine — e proprio perché dura pochi giorni, ha valore. L’esplosione dei verdi in primavera è desiderio di potenza, espansione; i gialli e i rossi delle foglie autunnali sono invece serenità, quiete, qualcosa che si avvicina al riposo.
C’è però, in alcuni giardini, la scelta di rinunciare a questa ricchezza. Nei giardini di pietra2 e nei giardini zen dei templi, la gamma cromatica si riduce allora soprattutto al verde e, in autunno, ai colori del fogliame. Il muschio prende il posto della fioritura, la roccia acquista un ruolo che altrove appartiene all’albero.
E come sempre, la vegetazione ha anche una funzione pratica — scherma, insonorizza, protegge — ma questa è la parte che il giardino non mostra.
Spazio
Acqua, pietre, vegetazione: sono cose.
Lo spazio, il quarto elemento, non è una cosa: è la relazione tra le cose.
In giapponese si chiama ma (間) e non significa vuoto, assenza. Significa intervallo, pausa, la distanza che permette a due elementi di esistere come distinti. È più vicino al silenzio in musica che al vuoto in fisica: senza silenzio, le note non sarebbero note, sarebbero rumore.
Nei giardini di pietra (karesan-sui) questa idea si vede in modo quasi didattico. Le rocce non sono disposte per riempire lo spazio: sono disposte perché tra loro ci sia la giusta distanza. E la sabbia bianca non è uno sfondo neutro — è spazio disegnato, che rappresenta l’acqua e al tempo stesso la contiene. Lo spazio, qui, è esso stesso materia. Nei giardini da passeggio (kaiyū-shiki), invece, lo spazio diventa tempo: il percorso è calcolato perché la scena cambi a ogni passo, e il visitatore non veda mai due volte la stessa cosa. Nei piccoli giardini interni (tsubo-niwa), infine, lo spazio è così ridotto che ogni centimetro conta, e ciò che non c’è pesa quanto ciò che c’è.
È qui che il cerchio si chiude. I primi tre elementi sono il vocabolario del giardino; lo spazio è la sintassi che li tiene insieme. È per questo che un giardino giapponese non è un ammasso di elementi belli, ma un sistema in cui ogni parte esiste in rapporto alle altre — e in cui togliere qualcosa significa cambiare tutto.
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Kyokusui no en: I partecipanti siedono lungo un corso d’acqua artificiale; una coppa di sakè viene affidata alla corrente e deve essere raccolta e bevuta da chi la riceve prima che raggiunga il punto successivo. Nel frattempo, ciascuno compone un breve componimento poetico ⤴
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Nota
Giardino di pietra (karesansui) indica un giardino che rappresenta l’acqua senza usarla;
con giardino zen si indicano invece, in genere, i giardini di pietra realizzati nei templi Zen, soprattutto dal periodo Muromachi.
Non tutti i giardini di pietra sono zen, e non tutti i giardini zen sono di pietra. ⤴