Per ammirare il monte Fuji in tutto il suo splendore con una gita di un giorno da Tokyo
La vetta più alta del Giappone, con i suoi 3.776 mt, è amata per la sua forma elegante e perfettamente simmetrica. È l’icona del Giappone e, che tu sia a Tokyo per un breve periodo o che tu viva qui da decenni, la vista nitida della montagna è un vero piacere e sebbene sia possibile intravedere la montagna dalla capitale quando il tempo è sereno, è meglio viaggiare fuori città per ottenere una vista perfetta.
Alcuni siti d’osservazione, tutti facilmente raggiungibili da Tokyo come gita di un giorno.
Cercate di arrivarci la mattina presto o nel tardo pomeriggio, poiché le nuvole di mezzogiorno tendono a bloccare la vista.
Vedute del Monte Fuji
La maggior parte delle persone pensa che il monte Fuji si trovi nelle prefetture di Yamanashi e Shizuoka, ed è stata proprio l’iniziativa congiunta di queste due prefetture a portare alla sua iscrizione come Patrimonio dell’Umanità.
Tuttavia, dal punto di vista storico, il Fuji ha acquisito il prestigio che conserva ancora oggi come «montagna di Edo». Gli abitanti di Tokyo forse hanno dimenticato questo fatto semplicemente perché la montagna è ormai nascosta dietro i grattacieli che, negli ultimi decenni, hanno ridefinito lo skyline della città.
Solo cinquant’anni fa, molto tempo dopo la fine del periodo Edo, il monte era ancora visibile da quasi ogni punto di Tokyo.
Così scrive Takeo Funabiki, celebre antropologo culturale:
«Nato e cresciuto a Setagaya, vedevo la montagna chiaramente, sia al mattino che alla sera, quando attraversavo il passaggio a livello della linea Odakyu.
La raffigurazione di un giovane migrante dalla campagna che affitta un posto al “Fuji View Apartments” per iniziare la sua vita a Tokyo era un punto fermo dei vecchi telefilm, e gli esperti affermano che in città esistono non meno di ventiquattro “Fujimizaka”, o “colline con vista sul Fuji”.
Nonostante la distanza geografica, la gente di Edo sentiva una particolare vicinanza al monte Fuji. Al contrario, la popolazione di Kyoto, abitanti dell’antica capitale e centro culturale del Giappone, considerava il Fuji come parte delle terre orientali, aspre e selvagge.»
Fino all’inizio del periodo Heian (794–1185), la montagna era un vulcano altamente attivo, e il classico Diario di Sarashina lo descriveva come un luogo in cui:
«… il fumo sale, mentre il fuoco divampa visibilmente al tramonto.»
Parole scritte nel 1020, quando pare che il vulcano eruttasse ancora occasionalmente fuoco. Le eruzioni si indebolirono nel tempo e, quando nei primi anni del Seicento ebbe inizio l’era Edo, l’immagine della montagna era ormai profondamente mutata.
Il culto del Monte Fuji
Visto da Tokyo, il monte Fuji — con le sue pendici che degradavano dolcemente e la splendida cima innevata — offriva alla vista un senso di pace e tranquillità. Ma a questa serenità si accompagnava anche la minaccia del vulcano: l’ultima grande eruzione si verificò nel 1707, circa cento anni dopo la fondazione di Edo (oggi Tokyo).
Questa montagna riuniva in sé due aspetti contrastanti, in netto opposizione alla tranquilla, seppur selvaggia e primordiale, catena montuosa avvolta nella nebbia che circondava la città di Kyoto.
La duplice essenza del Fuji si adattava perfettamente alle proporzioni e al carattere vigoroso di Edo-Tokyo, la gigantesca metropoli artificiale. Col passare del tempo, i sentimenti degli abitanti di Edo verso il monte superarono il semplice affetto e assunsero un carattere religioso.
Gli innumerevoli gruppi sorti nell’area, dediti alla preghiera e all’adorazione della montagna, furono chiamati Fuji-kō1 e poggiavano le loro fondamenta su due aspetti principali:
Il primo, legato a un tema relativamente nascosto di adorazione della natura, in cui montagne, cascate, rocce e altri elementi naturali venivano venerati come kami (spiriti o divinità).
Il secondo mirava a formare credenti che si dedicavano all’ascetismo nelle grotte del monte Fuji, alcuni dei quali arrivavano addirittura a «ritirarsi dal mondo» e a digiunare fino alla morte.
In quest’ultimo aspetto, le nozioni buddhiste e il principio dello yin e yang si intrecciavano, dando origine a una dottrina tanto complessa da non poter essere spiegata adeguatamente qui. Basti dire che questi movimenti religiosi prosperarono al punto da spingere lo shogunato a intervenire per reprimerli.
I Fujizuka
Costruiti entro i confini del culto del Monte Fuji, i tumuli di Fujizuka, che sono ancora sparsi in tutta la città oggi, costituiscono un aspetto caratteristico del sentire e della cultura del periodo Edo e della storia della città.
Costruiti con vera lava del Fuji, queste «montagne» variano da pochi metri ad una decina di metri di altezza e furono costruiti per gli scopi rituali del culto del Fuji.
Le donne, a cui non era permesso scalare il vero monte e gli anziani che per ragioni fisiche non riuscivano, potevano scalare questi tumuli come sostituto della montagna vera e propria.
I tumuli esistevano in ogni angolo della città e circa 100 di essi sono ancora in piedi oggi.
Il monte Fuji nell’arte
Il maestro ukiyo-e Katsushika Hokusai espresse l’amore e lo stupore degli Edoiti per la montagna sacra nelle sue Trentasei vedute del monte Fuji.
La maggior parte di queste raffigurazioni mostra il Fuji visto da Edo, ma alcune raffigurano monte visto da lontano come Nagoya dove è raffigurato in piccole dimensioni con la cima che si eleva da una pianura bassa e piatta e che può essere presa come punto di riferimento non solo geografico ma anche religioso e culturale dagli abitanti di questo incredibile paese.
Per saperne di più sulle pratiche dei fuji-kō
D: Lo sokushinbutsu è assimilabile alle pratiche dei fuji-kō?
È un’ottima domanda che tocca il cuore della religiosità popolare giapponese.
R: sì, esiste una parentela spirituale, ma le differenze pratiche e dottrinali sono abissali.
Entrambi sono espressioni di un ascetismo montano e di un desiderio di trascendenza, ma percorrono strade quasi opposte. Ecco un confronto per chiarire:
| Aspetto | Sokushinbutsu (Shingon) | Fuji-kō (Shugendō/Venerazione del Monte Fuji) |
|---|---|---|
| Concetto di Base | Trasformazione del corpo in un Buddha eterno. Il corpo fisico, attraverso una pratica estrema, diventa esso stesso un reliquiario vivente e una statua del Buddha. | Unione mistica con la divinità della montagna. La salita al sacro Monte Fuji è un atto di purificazione e di identificazione con il kami Sengen Daibosatsu. |
| Pratica Centrale | Auto-mummificazione in vita. Una dieta letale a base di corteccia e radici per eliminare ogni grasso e fluido, seguita da sepoltura viva in uno stato di meditazione profonda. | Pellegrinaggio e ascensione rituale. Digiuni, preghiere, camminate notturne e immersioni in cascate per purificarsi prima e durante la salita. |
| Obiettivo Finale | Raggiungere lo stato di Buddha in questo stesso corpo (sokushin jōbutsu), diventando un’entità eterna che veglia sul mondo. | Raggiungere uno stato di purezza e grazia, ottenere benefici terreni (salute, raccolti) e prepararsi per l’aldilà. |
| Rapporto con il Corpo | Il corpo come strumento e veicolo ultimo per l’illuminazione. Deve essere preservato e trasformato. | Il corpo come ostacolo da purificare. La fatica fisica della salita è un mezzo per purgare le impurità (kegare) e i peccati. |
| Contesto Dottrinale | Buddhismo esoterico Shingon. Pratica estremamente elitaria, rigorosa e segreta, riservata a pochi monaci. | Sincretismo popolare (Shintō, Buddhismo, Shugendō). Movimento di massa, accessibile ai fedeli comuni (contadini, artigiani). |
In sintesi:
-
Lo Sokushinbutsu è un processo alchemico interiore e letale, che mira a sconfiggere la decomposizione e la morte dall’interno, trasformando la materia corporea in spirito puro. È un viaggio verso l’eternità attraverso la negazione del corpo fisico come lo conosciamo.
-
Il Fuji-kō è un pellegrinaggio esteriore e comunitario, che mira a purificare l’anima attraverso la fatica del corpo. È un viaggio simbolico di morte e rinascita che si svolge nel paesaggio sacro della montagna.
La parentela spirituale sta proprio in questo: entrambi vedono la montagna come un regno sacro (il Monte Koya per gli asceti Shingon, il Monte Fuji per i Fuji-kō) e praticano un ascetismo fisico estremo come via di salvezza. Ma, mentre il fedele del Fuji-kō sale la montagna per avvicinarsi al divino, l’asceta Sokushinbutsu scende in una tomba dentro la montagna per diventare lui stesso il divino.
Sono due facce della stessa medaglia: il rapporto profondamente fisico e immanente con il sacro che caratterizza la spiritualità giapponese.
-
… a fondo pagina una nota esplicativa su questa forma di religiosità ⤴