Templi al di fuori dei tragitti turistici più popolari ma che meritano una visita.
Rengeji 20 Omuroouchi, Ukyō-ku, Kyoto, Kyoto Prefecture 〒 616-8092
Eretto durante l’era Tengi nel 1057 da un membro della famiglia Fujiwara per l’imperatore Goreizei, il tempio venne dato alle fiamme durante le rivolte Ōnin (1467-1477). Spostato in cima al monte Narutakiondoyama a nord di Kyoto conobbe un lungo periodo di declino e di abbandono fino a cadere in rovina. Fu restaurato nel 1641 per opera di un facoltoso mercante dell’epoca Edo originario della penisola di Ise il quale provvide a commissionare le cinque sculture raffiguranti «I cinque buddha della saggezza» che possiamo ammirare ancora oggi.
In era Showa nel 1928 il tempio venne nuovamente rilocato e posizionato nelle vicinanze del tempio Ninna-ji, dove posssiamo ammirarlo ancora oggi, le statue, andate disperse nel corso della storia, sono state raccolte, restaurate e riposizionate all’interno del tempio ad accogliere i fedeli.
Il tempio si trova nelle vicinanze del più famoso e visitato Ninna-ji e poiché vi sono più templi con questo nome ho lasciato l’indirizzo per chi volesse visitarlo.
Chi sono i «I cinque buddha della saggezza»
All’inizio, prima che esistessero i templi, le statue, le formule, il mondo era soltanto mente. I maestri del Mahāyāna, in India, chiamavano questa mente tathatā — la «cosalità», il modo in cui le cose sono prima che il pensiero le divida in giusto e sbagliato, puro e impuro.
Ma quando gli esseri iniziarono a dimenticare la propria natura, la mente cominciò a frammentarsi: la collera prese una direzione, l’orgoglio un’altra, il desiderio un’altra ancora, e il dubbio si fece centro.
Per ricordare l’unità, i saggi tracciarono un mandala, una mappa cosmica della coscienza.
E nel suo cuore posero un Buddha — Mahāvairocana (大日如来 in giapponese Dainichi Nyorai) o il Sole cosmico, la luce che non tramonta, da cui ogni altra saggezza si irradia.
Attorno a lui, come i punti cardinali del mondo interiore, comparvero quattro emanazioni.
A oriente, Akṣobhya (阿閦如来 in giapponese Ashuku Nyorai), blu come il cielo che riflette senza giudicare e che nacque dalla collera purificata, dalla forza che smette di distruggere e inizia a illuminare.
A sud, Ratnasaṃbhava (宝生如来 in giapponese Hōshō Nyorai), giallo come l’oro della terra, che trasforma l’orgoglio in equanimità: insegna che ogni essere, alto o basso, ha lo stesso valore.
A occidente, Amitābha (阿弥陀如来 in giapponese Amida Nyorai), rosso come la luce del tramonto, il Buddha della compassione che sorge dal desiderio stesso, non per negarlo ma per convertirlo in amore.
A nord, Amoghasiddhi (不空成就如来 in giapponese Fukūjōju Nyorai), verde come il vento e l’azione, che trasforma la gelosia in energia attiva, nella capacità di compiere ciò che serve al mondo.
Così nacquero i Cinque Buddha della Saggezza.
Non come dei da adorare, ma come vie interiori attraverso cui la mente riconosce se stessa.
Ognuno di loro abita una direzione, un colore, un gesto, una qualità della mente e insieme formano il corpo cosmico del Buddha, la figura del mandala che racchiude il mondo intero e al tempo stesso l’interiorità del praticante.
Quando, molti secoli più tardi, il tantrismo indiano giunse in Tibet, poi in Cina e infine in Giappone, questa mappa mentale divenne visibile: si fece pittura, scultura, architettura.
Al monte Kōya-san (高野山), Kūkai (空海) vide in Dainichi Nyorai il principio che permea ogni cosa: il sole che parla attraverso i suoni, i gesti, la materia stessa.
Ogni tempio, ogni giardino, ogni corpo umano poteva diventare un mandala.
Le direzioni del mondo corrispondevano alle direzioni della mente, e camminare in un tempio significava attraversare le regioni interiori della propria coscienza.
Per questo, ancora oggi, nel cuore di molti mandala — dipinti su seta, scolpiti nel legno, o solo immaginati nel silenzio della meditazione — i Cinque Buddha siedono insieme, ciascuno con la propria luce, ma tutti riflessi di un unico volto.
Il praticante li contempla non come figure lontane, ma come specchi:
uno specchio blu che mostra la calma,
uno giallo che rivela la dignità,
uno rosso che accende la compassione,
uno verde che muove all’azione,
e uno bianco, al centro,
in cui tutti i colori si dissolvono nella chiarezza assoluta.
Ecco allora il senso più profondo della loro leggenda: non esistono cinque Buddha separati, ma cinque modi in cui l’essere umano può tornare alla propria origine.
Ogni emozione, ogni passione, ogni errore è una porta — e i Cinque Buddha sono le chiavi.
Il loro insegnamento non chiede di fuggire il mondo, ma di vederlo così com’è: specchio del risveglio, mandala della mente.
Questi cinque Buddha — o, più precisamente, cinque aspetti della saggezza del Buddha primordiale — non sono esseri storici, ma manifestazioni cosmiche del principio risvegliato, ognuna delle quali trasforma un particolare tipo di ignoranza in una forma di saggezza.